Conversazioni sulla spiaggia: 2 – L’essere e il divenire

leggi l’episodio precedente “libero arbitrio”

Il ragazzo era tornato su quella spiaggia con l’intima speranza di trovare ancora quell’uomo, quello strano incontro aveva lasciato in lui curiosità ma anche serenità. Era precisamente nel punto dell’incontro eppure del vecchio non vi era traccia. Che fosse stato tutto un gioco della sua immaginazione? Poteva essere davvero sicuro che non si fosse trattato di un sogno? O magari aveva solo incontrato un signore in vena di scherzi. Oppure magari.. quell’uomo anziano non c’era più.

Aveva iniziato a scrutare da lontano cercando con gli occhi quella figura sulla riva. E in quella giornata d’inverno la spiaggia era ancor più deserta della volta scorsa, sarebbe quindi stato facile vedere chiunque vi si fosse incamminato. L’inverno appena iniziato non aveva impedito a quella giornata di essere tutto sommato tiepida e il sole dimentico della stagione scaldava come fosse primavera, furono pochi istanti e il ragazzo si tolse i vestiti ed entrò in acqua; l’acqua era fredda ma non gelata e in pochi attimi si tuffò. Come un battesimo che lava via ogni peccato quell’acqua fredda lavava via pensieri, preoccupazioni, stati d’animo. Quell’acqua fredda abbracciava il suo corpo e mentre lo svuotava lo riempiva di nuova energia. In uno sbuffo usci’ a riprendere fiato e si alzò a guardare l’orizzonte, il cuore pulsava veloce e poteva sentire l’acqua e il sole che animavano la vita nel suo corpo… quando udi’ alle sue spalle una voce che lo chiamava. Era lui, il vecchio, in piedi sul bagnasciuga che lo chiamava. Si voltò e con un sorriso lo raggiunse e mentre si asciugava iniziarono a conversare:

“Credevo non saresti venuto”

“Come vedi, ti sbagliavi”

“Già.. Waw è bellissimo fare il bagno qua! Dovresti provare”

“Ah si lo so bene! L’ho fatto un sacco di volte. Ma oramai credo di essere troppo vecchio per..”

e si interruppe per un attimo, lo guardò, e il ragazzo vide qualcosa nei suoi occhi che sorrideva. Il vecchio si tolse i vestiti e in un attimo fu’ in acqua.

“Ahhh! E’ come la prima volta eppure cosi diverso”

commentò mentre tremando usciva dalle onde e con la mano gli chiedeva l’asciugamano.

“Già! Sei tu diverso o lo è questo mare?”

“Fai tu le domande quest’oggi?”

“Già, non posso?”

“Certo che puoi.. cavolo che freddo! Brrr”

e mentre si asciugava la testa aggiunse:

“Siamo entrambi altro, eppure gli stessi. Cosa ci fa dire di essere gli stessi?”

“E’ quello che mi chiedo da sempre.. la continuità è in fondo illusoria, ogni molecola di questo mare è cambiata dall’ultima volta che mi sono bagnato qua, probabilmente è cambiata anche ogni molecola del mio corpo nel frattempo.”

“Già, eppure continui a parlare di IO, e ti rivolgi a questo mare come fosse lo stesso di anni fa”

“Ho cercato di trovare un confine ma non lo trovo. Non c’è un IO che io possa definire più IO degli altri. La mia percezione di me che deriva dalla mia esperienza non collima con il ragionamento, alla domanda – chi sono? – non trovo una risposta soddisfacente. Sono un mucchio di cellule e composti che cambiano in continuazione. Il punto di partenza più scontato è definirci in base alla nostra fisicità, potremmo attaccarci ad una continuità della materia che ci compone, ma tutte le cellule del corpo si rigenerano continuamente e in media ogni sette anni, quindi posso affermare che tra sette anni nessuna delle cellule che adesso compongono il mio corpo esisterà più. Quindi dovrei dire che non sarò più io, eppure ritengo di essere lo stesso di 7 anni fa, e di 14, e di 21 etc…”

“Qualcuno pensa sia la forma l’importante, quella data forma è la stessa a prescindere dalla sua esatta composizione fisica che può cambiare”

“Si, ma prendiamo l’esempio di un clone esatto. Ammettiamo che sia possibile replicare in ogni minimo dettaglio il mio corpo, una coppia perfetta. Esisterebbero due me, ma io non avrei percezione delle sensazioni dell’altro, io continuerei ad avere esperienza solo di me, se morissi un istante dopo non continuerei a vivere nell’altro, l’altro seppur identico sarebbe ancora altro. Inoltre saremmo due copie esatte ma che iniziano a differenziarsi dal momento in cui hanno esperienze anche infinitesimabilmente differenti”

“La copia probabilmente però continuerebbe a sentirsi TE”

“Certo, ma questo non la renderebbe ME”

“Giusto… cosa ti fa dire che di TE che sarai ancora TE tra 10 minuti? Infiniti cambiamenti saranno avvenuti nel tuo corpo e nella tua mente in questo breve lasso di tempo”

“Non lo so. Forse la memoria di ME”

“Anche il tuo clone ha memoria di TE, si sente TE”

“Suggerisci che siamo infiniti cloni di noi stessi? Magari accomunati da un’illusoria percezione di continuità? In questo caso nasceremmo e moriremmo ad ogni istante, ogni infinitesimo cambiamento ucciderebbe il vecchio IO e ne produrrebbe uno nuovo, identico se non in quel piccolo dettaglio. Questa successione di modificazioni noi la chiameremmo tempo, quando però esistiamo solo in un istante.”

“Un punto di vista radicale…”

“Non ne vedo altri più veri”

“E se fosse nella coscienza la continuità?”

“Tratti la coscienza come un qualcosa di tangibile mentre a me pare il risultato di un’illusione”

“Si, nel dubbio la tratto come qualcosa di reale. La mia percezione della realtà non può essere completamente sbagliata. IO sento di esistere, ho ricordi della mia vita e ho progetti per il futuro, ho delle sensazioni in questo momento, sento freddo, caldo. Ricordo del tuffo in acqua pur essendo oramai uscito da alcuni minuti, sono stato IO a fare quel tuffo, il filo conduttore di tutto questo è la mia coscienza”

“C’è un momento in cui la tua coscienza si spegne però”

“Quale?”

“Ogni notte quando vai a dormire”

“Credi quindi che ogni mattina quindi nascerebbe un nuovo ME?”

“Sarebbe molto romantico ma ho solo seguito il tuo ragionamento… che credo però sia fuorviante. In fondo cos’è che compone la coscienza? Sono i ricordi uniti alla consapevolezza del sé, della percezione di sé, del proprio corpo distinto dal resto del mondo. E tornando all’esempio del clone anche il tuo clone avrebbe coscienza, ma sarebbe una copia, non saresti tu. Lo stesso è per quelli che sognano un giorno di poter trasferire la loro coscienza in un dispositivo artificiale (come ad esempio computer o robot) ma non si rendono conto che anche se probabilmente un giorno tutto ciò sarà possibile si tratterà sempre di un copiare e non di un travasare. Questo non li salverà dalla morte”

“A meno che non si trapianti il cervello umano in un robot, svincolandolo dal suo corpo fisico”

“Si vero.. Ma quel che chiamo IO non è solo il mio cervello, il mio cervello funziona all’interno di un organismo. Ci sono connessioni con gli altri organi che conosciamo pochissimo, tipo quelle con intestino e cuore. E poi ci sono ormoni e centinaia di sostanze presenti nel nostro sangue che interagiscono col nostro cervello e ci fanno pensare in un modo o in un altro. Il mio cervello tolto dal mio corpo non sarebbe più IO. Credo.”

“Io credo che saresti ancora TU, ma in un modo diverso”

“E dove sta il limite? Ammettiamo che io abbia 100 miliardi di cellule celebrali e ammettiamo che io ne sopprima una a caso. Secondo te resterei ancora IO?”

“Ovvio che si, succede continuamente di perderne qualcuna”

“E se perdessi la metà dei miei neuroni?”

“In questo caso dubito che saresti ancora TU”

“E allora dopo quanti neuroni non sono più IO? 100? 10.000? 1.000.000? E poi il ragionamento vale anche per il contrario. Lasciando da parte le valutazioni etiche, probabilmente nel futuro si potranno aggiungere protesi al cervello, chip che ne potranno aumentare le capacità e potenzialità. Una volta installato uno di questi chip potrei ancora definirmi IO? Il buon senso mi direbbe di si.. ma se queste protesi fossero molte e il mio cervello fosse solo una minima parte di un sistema di interconnessioni biologiche e artificiali? Sarei ancora IO?”

“Dove vuoi arrivare?”

“Beh a quello che dicevo prima… ovvero panta rei, tutto scorre. Che la nostra idea d’individualità è legata ad una falsa percezione d’immutabilità, nella realtà tutto è in divenire, tutto si tramuta continuamente in qualcos’altro. Anche NOI.”

“Ti aggiungo un’altra opzione alla quale forse ancora non hai pensato. Immagina che la connessione con sistemi artificiali di cui parlavi permetta un’interconnessione diretta tra coscienze, dove sarebbe allora l’IO, sarebbe un NOI composto da tanti IO?”

Con questa immagine terribile e affascinante in testa ci soffermiamo per un attimo a guardare l’orizzonte, resto in silenzio e allora lui incalza:

“…Il buddhismo, come anche l’induismo, sostiene che l’individualità sia una illusione, che non esiste nulla che sia distinto dal resto dell’universo, tutto è strettamente interconnesso”

“Beh, potrebbe avere ragione… ma è difficile trarre conclusioni da una affermazione di questo tipo, spariremmo entrambi”

“Hai esordito dicendo che la continuità in fondo è illusoria… Ma non è forse illusoria la distinzione?”

“Cosa intendi dire?”

“Che è molto umano cercare di dare ordine al caos, di creare categorie e distinzioni. Se non riusciamo a capire cos’è l’essere forse è perché l’approcciamo dal punto di vista sbagliato”

“Nietzsche sosteneva che l’essere è tutto ciò che è possibile e non lo contrapponeva al divenire. Mi ricorda molto la conversazione che abbiamo avuto l’altra volta in merito agli infiniti universi in un tempo infinito. Tutte le combinazioni possibili si ripeterebbero per infinite volte e tutto ciò che esiste sarebbe destinato a ripetersi uguale per l’eternità…

… ma la ripetizione identica non significa ripetizione dello stesso, siamo sempre al ragionamento sulle copie”

“A meno che tu non prenda in considerazione un’ultima cosa…”

“L’anima”

“Già…”

“E’ un concetto ancor più vago della coscienza. E ancor più scivoloso…”

“Certo ci risolverebbe molti problemi, sarebbe quella la depositaria dell’IO. Un’anima immutabile, una scintilla induplicabile”

“Proprio il fatto che sia una soluzione troppo comoda rafforza il mio sospetto che sia solo una categoria inventata dall’uomo per far coincidere la nostra percezione del mondo con il nostro ragionamento”

“Non puoi scartarla solo per questo però”

“Giusto, ma non posso accedervi per categorie razionali… per definizione si finisce nel misticismo, si deve uscire dal terreno sicuro della filosofia e della scienza per intraprendere un viaggio pericoloso dagli approdi effimeri. Fior di filosofie si sono perse cedendo al richiamo del salto dalla logica all’esoterismo”

“Ma sei sicuro di affidarti alla sola logica per conoscere? Non è, come del resto dice Nietzsche, anche questa un’ottica mistica? Affermare che tutto sia conoscibile con la ragione e che la ragione può conoscere tutto…”

“Non affermo questo, assolutamente. La ragione ha dei limiti immensi ma è lo strumento più preciso che abbiamo. Ma non è l’unico, lo dico io stesso”

“Allora perché tanto timore nell’usarne altri?”

“Perché sono decisamente più imprecisi e perché possono portarmi troppo fuori strada. E io non so maneggiarli con destrezza”

“Ascoltati allora… magari ne parleremo una prossima volta”

Feci qualche passo verso la riva, cominciava ad alzarsi la brezza dal mare e il sole si accingeva a tuffarvisi ancora una volta. Mi accorsi di non sentire più la presenza del vecchio e mi voltai per averne conferma. Non c’era più, sparito. Feci un lungo sospiro e prima di riprendere le mie cose per tornare a casa notai che sulla sabbia vi erano le tracce di entrambi ma che le sue non provenivano da nessun posto, come se fosse arrivato e se ne fosse andato volando.

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